IACOPO INGHIRAMI Di Volterra. Cavaliere di Santo Stefano. Marchese di Montegiovi e priore del Santo Sepolcro.
1565 (luglio)-1624
| Anno, mese |
Stato, in proprio |
Avversario |
Azioni intraprese ed altri fatti salienti |
| 1581 | Entra a far parte dell'ordine dei cavalieri di Santo Stefano. | ||
| 1586 |
Francia |
Ugonotti |
Combatte per nove anni nelle guerre civili di Francia al servizio della lega antiprotestante. |
| 1596 |
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| Aprile |
Toscana |
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Ha il comando della galea “La Livornina”. |
| 1602 |
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Toscana |
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Alla morte di Marcantonio Calefati il granduca di Toscana Ferdinando dei Medici delibera di sottoporre ad un esperimento pratico l’abilità dei suoi comandanti; soprassiede all’elezione dell’ ammiraglio per affidare il comando delle galee per turno ai tre capitani più anziani, Iacopo Inghirami , Cosimo Angiolini di Perugia e Giovanni Pucci di Firenze. L’Inghirami ha per primo l’incarico di capitano luogotenente, o viceammiraglio; dal momento che la fortuna gli è propizia non abbandonerà più questo posto. Più tardi verrà promosso ammiraglio e, da ultimo, sarà eletto generale di mare. |
| Marzo aprile |
Toscana |
Impero ottomano |
Esce da Livorno con 4 galee sottili e 2 bastarde (galee rinforzate nel numero dei vogatori); incontra a Capo Colonna il celebre Hassan Mariolo, lo obbliga ad abbandonare la sua nave ed a fuggire. Depreda, di seguito, alcune imbarcazioni che veleggiano nel mare Egeo per conto dei turchi. Fra esse vi sono la capitana di Napoli di Romania (Nauplia), che ha a bordo grandi quantità di formaggi: la nave è data alle fiamme nei pressi di Atene; un caramussali, carico di olio imbarcato a Capo Matapan (Akra Tainaron); affonda 2 caramussali, che trasportano olio, nei pressi di Modone (Methoni): nell'azione sono fatti 90 schiavi e sono liberati 4 cristiani. Sono pure prese dall'Inghirami 6 grosse barche, con la cattura di 24 uomini. |
| Maggio |
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Conquista 2 galee ed una galeotta. Si scontra con le navi nemiche presso Samo (Samos): attacca la padrona di Alessandria (Al Iskandariyah), che è investita con il rostro e presa dopo un ostinato combattimento. Insegue le altre 2 navi, che si gettano sulla costa e sbarcano gli equipaggi. Su tali legni, la capitana e la padrona di Stanchio, sono trovate notevoli quantità di pezzi d'argento lavorato, gioielli e molta polvere da sparo); la capitana di Stanchio, in cattive condizioni, è data alle fiamme. Nel proseguio della sua campagna si impossessa di altri 24 piccoli vascelli. I bastimenti catturati vengono rimorchiati a Livorno; sono stati fatti 423 schiavi e sono stati liberati dalla catena 245 cristiani. Un dipinto nel soffitto della chiesa dei Cavalieri a Pisa ricorderà questo celebre scontro navale. |
| ……….... |
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Se ne sta tornando in Italia carico di bottino allorché, giunto a Messina, trova la popolazione sgomenta perché Sinan Pascià (Scipione Cicala) si prepara con una grossa flotta ad assalire la Sicilia. Viene trattenuto nel porto dal viceré di Sicilia, il duca di Feria fino all’arrivo della flotta spagnola condotta dal principe Emanuele Filiberto di Savoia. Attende venti giorni e poi si dirige a Livorno. |
| Settembre |
Toscana |
Corsari barbareschi |
E’ rinviato a Messina e trova che Sinan Pascià ha già lasciato quelle acque. Compie un nuovo viaggio di corsa lungo le coste italiane e le isole del mare Tirreno; cattura qualche brigantino di Tunisi e di Algeri. |
| 1603 |
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| Luglio | Le sue 6 galee si impadroniscono
di un londro che trasporta sale presso la costa africana: 12 sono gli
schiavi; è liberato un cristiano. |
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| Agosto |
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Trasporta da Livorno a Napoli, sulla sua capitana, il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga. |
| Ottobre |
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Si impadronisce di una galeotta algerina di 19 banchi, comandata da Cuprat d’Amet, e ne mette in fuga altre 5 che stanno viaggiando di conserva con la prima. Lo scontro avviene alle bocche di Bonifacio con la squadra di Amurat Rais. Sono fatti 94 schiavi e liberati 100 cristiani dalla catena. Sempre negli stessi giorni, cattura un bertone inglese, di stanza ad Algeri, che ha predato in precedenza una nave veneziana. L’Inghirami lo avvista sulle coste maghrebine e ne vince la resistenza. I 387 inglesi, trovati a bordo, sono tutti avviati al remo. |
| 1604 |
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| Aprile |
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Conduce con sé l’inglese Richard Gifford. Giunge con la sua flottiglia davanti al porto di Algeri; il Gifford vi entra con il suo bertone. Si finge un pacifico mercante di sale, ormeggia nel molo interno, studia la situazione e si avvede che, se riesce a tagliare un piccolo ponte che unisce il molo alla terraferma, può facilmente impedire agli algerini di soccorrere la squadra di navi messa in disarmo, peraltro male sorvegliata. Il Gifford si mette d’accordo con altri due capitani francesi, il Brochet ed il Siguelen, che in quel momento si trovano ad Algeri per motivi commerciali. Li induce ad aiutarlo nel suo tentativo di dare fuoco alla squadra barbaresca che è ancorata nel porto. All’ora stabilita, un gruppo di marinai, condotto dal Siguelen, punta verso terra, approfitta della negligenza del servizio di sorveglianza e rompe il pontile che comunica con la città. Gli altri due capitani, con più lance piene di armati, vogano verso la darsena ed appiccano il fuoco alle navi più importanti. Sono interamente distrutte dal fuoco 4 galee e 3 galeotte, fra cui la capitana di Amurat Rais (26 banchi), una galeotta di Soliman Rais (21 banchi), una di Ramand Rais (20 banchi) ed una di Alì Rais (19 banchi). A seguito di tale successo, l’Inghirami con la sua squadra di 5 galee dell’ordine di Santo Stefano e di 3 bertoni può scorrere minaccioso e senza eccessivi pericoli il mare Mediterraneo. Si dirige in Levante: cattura un bertone inglese, che agisce d’intesa con i corsari algerini: è liberata una nave veneziana che, carica di malvasia, era stata in precedenza catturata da costoro. In tale occasione nelle sue mani pervengono 8 schiavi e 367 forzati tra inglesi ed uomini di altre nazionalità. |
| ………… |
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Con le galee ed i bertoni si spinge sino alle coste della Siria, dove Ferdinando dei Medici ha stretto relazioni ed accordi con l’emiro Faccardino (Fakr-el-Din), capo dei drusi che abitano i monti fra Beirut e Sidone (Sayda) e fautore dei ribelli che, capitanati dal pascià di Aleppo (Halab) Giampulat, sono quasi riusciti a sottrarre una parte della Siria al dominio della Porta. |
| ………… |
Toscana |
Impero ottomano |
Sa del passaggio di un convoglio che da Alessandria è diretto a Costantinopoli (Istanbul) con la scorta di 5 vascelli. Inizia a bombardare da lontano le navi di scorta per qualche ora. Le 2 galee grosse toscane puntano contro la capitana e la padrona della formazione; le 3 galee sottili rischiano, invece, di essere catturate a loro volta. Sopraggiunge l’Inghirami con la sua galea e riaggiusta le cose: sono fatti schiavi più di 400 uomini. In suo potere cadono pure molti pezzi di artiglieria, Segue il ritorno a Livorno, con abbondante bottino di mercanzie e di armi. |
| 1605 |
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| Aprile ottobre |
Toscana |
Impero ottomano |
Parte da Livorno con una squadra di 5 galee rinforzate al fine di assalire la fortezza ed il borgo di Prevesa (Préveza) posti all’imboccatura del golfo di Arta (Amvrakikos). A bordo delle navi dell'Inghirami sono imbarcati 400 fanti comandati da Federico Ghislieri. La città è circondata da profondi fossati e le mura sono munite di numerosi torrioni; dispone, inoltre, di una guarnigione consistente, il cui punto di forza è rappresentato da 300 giannizzeri; 80 sono i pezzi d’artiglieria fra grandi e piccoli (con 30 bombardieri) che sporgono minacciosi dagli spalti. Ai primi di maggio l ’Inghirami fa suo un caramussali nelle vicinanze dell’isola di Paxo (Paxoi). Viene sbarcato a tre miglia dalla fortezza un certo numero di fanti che, ai primi di maggio, espugnano con facilità il borgo. E’ collocata una mina davanti alla porta del castello e la sua esplosione permette ai suoi uomini di penetrarvi; sono occupati sette torrioni. Rimane solo l’ultimo, in cui si sono asserragliati i giannizzeri, il cui numero risulta fortunatamente inferiore al temuto, perché al momento dell’attacco molti di costoro risultano assenti. In contemporanea con l’azione terrestre, l’Inghirami si avvicina dal mare e dirocca con i suoi cannoni la fortificazione. Prevesa è messa a sacco, vengono incendiate le case del borgo, sono distrutte torri e capisaldi, viene data alle fiamme una galeotta nel porto, si imbarcano 47 pezzi di artiglieria sul caramussali preso in precedenza, mentre gli altri cannoni sono gettati in mare.. L’Inghirami effettua un breve scalo a Paxo per redigere un accurato inventario del bottino: nelle galee sono condotti 300 schiavi, dei quali parte sono lasciati a Messina (coloro di cui si pensa vicino il riscatto). Gli altri, come i cannoni, vengono condotti a Livorno. Sbarcate a terra le fanterie ed ottenuta in rinforzo un’altra galea, la “Santa Maria”, a fine agosto l’Inghirami si spinge con le sue galee verso l’isola di Rodi (Rodhos) per tentare da qui un vano sbarco nel golfo di Satalia (Antalya), nell’antica Panfilia, sebbene abbia saputo dall’equipaggio di un piccolo legno catturato che si fa buona guardia in tutta la regione e che vi infierisce la peste. Le lance e le fregate si avvicinano a terra allorché sulle mura compaiono molti armati. Sempre nello stesso mese, viene preso a Castelrosso (Megisti) un caramussali (62 schiavi). A fine ottobre, l’Inghirami scorre lungo le coste dell’Anatolia (Anadolu), il golfo di Alessandretta (Scanderun), il mare di Siria; passa a sud dell’isola di Candia (Kriti) per evitare conflitti con i veneziani e si dirige verso ponente. Si imbatte in alcune piccole navi algerine, dà loro la caccia, guadagna dopo un duro combattimento 30 pezzi di artiglieria (uno dei quali di origine toscana e già caduto nelle mani dei barbareschi alle Formiche di Grosseto nel 1583) e 300/400 schiavi. I cristiani liberati sono 110. |
| 1606 |
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| Aprile |
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Esce da Livorno con 6 galee con a bordo 150 cavalieri di Santo Stefano e 600 fanti. Si prefigge di occupare di sorpresa Laiazzo (Al Landhiqiyah), nel golfo di Alessandretta, sulla costa meridionale dell’Asia Minore, a nord-est di Cipro (Kypros). Mentre si sta dirigendo a vela verso tale località, sorprende presso l’isola di Scarpanto (Karpathos) 3 navi turche: queste sono conquistate, seppure con gravi perdite. |
| Maggio |
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A metà mese è di fronte a Laiazzo; fa salire su una feluca il cavaliere Sarcinelli, di Orvieto, e lo invia al tramonto in perlustrazione. Nella notte sbarcano a dieci miglia dalla città cavalieri e soldati. Sono superate le paludi vicine e le milizie, il mattino presto, entrano nella località dal lato meno munito. Arrivano in aiuto dei difensori 5000 fanti e 600 cavalieri turchi, mentre i toscani si sbandano per darsi al saccheggio. Secondo un’altra versione, l’attacco si ferma subito davanti ad una porta, terrapienata dai turchi già in occasione di un precedente assalto dei ribelli al sultano. L’Inghirami, che è pure riuscito ad impadronirsi nel porto di 5 navi a vela mercantili, accorre con le sue galee fin quasi sulla spiaggia ed a stento riesce ad imbarcare una settantina di prigionieri e quasi tutti i fanti. 13 morti e 36 feriti sono le perdite registrate dalla sua squadra. Più successo hanno i successivi attacchi a Namur (Anamur o Niamare Kalesi), ad ovest del golfo di Alessandretta e quello di Finica (Finike) in Caramania (Karaman). Nel primo assalto, compiuto con 300 soldati e 150 marinai; vi partecipa di persona lo stesso Inghirami, che lascia il comando della sua capitana al modenese Scipione Cortesi. Viene sbaragliato con facilità un piccolo contingente di turchi, si cinge d’assedio la località. Dopo la distruzione della porta con le mine, i toscani irrompono in una città semideserta. Vengono uccisi i pochi difensori; ci si abbandona al saccheggio. Sono asportati 8 cannoni. Mentre si sta trasferendo l’artiglieria, giunge un forte contingente di cavalieri e di fanti ottomani. I turchi aggrediscono i toscani; a seguito di un lungo contrasto in cui perde la vita il sangiacco, l’Inghirami si ritira con lentezza verso la spiaggia, fa formare un quadrato dentro al quale sono raccolte le prede. Respinge l’attacco nemico; reimbarca i suoi uomini sulle galee, dando fuoco a due grossi mucchi di grano e di orzo che si trovano tra lui e gli avversari che fungono da cortina protettiva. Porta con sé la bandiera o cornetta del bey della Caramania, conquistata a prezzo della vita dal soldato de Ruggero. |
| Giugno |
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Riprende il mare verso occidente e giorni dopo piomba improvvisamente sul castello di Finica, nel golfo omonimo in Cappadocia, non lontano da Capo Celidonio (Karatas Burun). Lo sbarco avviene di notte a tre miglia dal castello. Due ufficiali abbassano il ponte levatoio recidendone le catene; ne viene abbattuta la porta con una mina; vi entrano fanti e cavalieri. Sono uccisi tutti i difensori, che oppongono una resistenza accanita per non essere fatti schiavi; dei toscani cadono solo 2 soldati. Sono catturate 305 persone, quasi tutte donne e bambini con la moglie e la figlia dell’agà deceduto valorosamente alla testa dei suoi giannizzeri. E’ presa una bandiera. Viene dato fuoco alle abitazioni e 10 cannoni sono caricati sulle galee. La flotta dei cavalieri corre un grave rischio presso l’isola di Candia in quanto è caricata più del dovuto di schiavi, artiglierie e merci. 9 galee ottomane cercano di tagliarle la strada. Si rompe l’albero di maestro della galea “Fiorenza” e, poco dopo, quello della “San Giovanni”. L’Inghirami non si perde d’animo e fa disporre a quadrato 4 galee: le 2 galee in difficoltà hanno così il tempo di riparare i danni prima che le navi nemiche giungano a portata di balestra. La flotta toscana torna così ad allargarsi e, favorita dal vento, perde di vista i nemici. Segue il ritorno a Livorno. |
| Settembre ottobre |
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E’ rimandato in corso lungo le coste toscane e le isole del mare Tirreno. Gli è ordinato di portarsi nel porto di Messina dove vi sono 49 galee cristiane (4 pontificie, 4 di Genova, 4 di Malta, 7 di Sicilia, 7 di Toscana, 7 di Carlo Doria, 6 di Napoli). La flotta è agli ordini del marchese di Santa Cruz, luogotenente del principe Emanuele Filiberto di Savoia. L’Inghirami se ne resta inattivo, assistendo alle schermaglie dialettiche, prima fra i cavalieri di Malta ed i genovesi per ragioni di precedenza; poi fra Papirio Bussi, capitano dei pontifici, e lo stesso Santa Cruz. A Capo Colonna sono avvistate 4 galee di Biserta (Banzart) pronte a scorrere sulle coste calabresi. Poiché non tutte le navi della flotta sono pronte a salpare, il Santa Cruz dispone che siano le 6 capitane a dare la caccia agli avversari. L’Inghirami parte per penultimo; dopo dieci ore con oltre sessanta miglia di caccia, raggiunge la padrona di Biserta. Apre il fuoco con i cannoni di mezza portata, spara, poi, con il cannone di corsia; la investe, da ultimo, con il rostro. Nasce una mischia sanguinosa, in cui lo stesso Inghirami rimane colpito da tre palle di moschetto (una alla testa, neutralizzata dall’elmo; una allo stomaco, bloccata dal robusto pettorale; la terza alla coscia, non protetta, tre dita sopra il ginocchio). La violenza del mare non permette l’abbordaggio; si ritrae; disalbera con l’artiglieria la galea avversaria e la conquista. Il bastimento viene trainato a Messina. La nave, il rais, il secondogenito di Hassan Rais, e l’armamento spettano ai toscani; 130 schiavi, dei quali 17 morranno durante il tragitto per le ferite riportate, su decisione del Santa Cruz saranno divisi fra le rimanenti 5 navi; vengono liberati dai banchi 203 cristiani. |
| 1607 |
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| Marzo |
Toscana |
Corsari barbareschi |
Parte da Livorno con 2 galee, si dirige verso la Corsica e si rende conto che 3 brigantini si sono impossessati di una nave francese partita da Napoli. L’Inghirami se ne appropria; sono liberati 16 cristiani e vengono fatti schiavi 202 musulmani. Si sparge la leggenda a Livorno che sulle navi conquistate si siano trovati degli oggetti sacri trafugati in precedenza sulla nave francese: in particolare, alcuni angeli e l’immagine in rilievo della Madonna. I primi sono stati buttati a mare dai corsari barbareschi; l’immagine è restata, invece, a bordo e, secondo la narrazione, ha di fatto impedito alle ciurme delle navi avversarie di remare, con consequente cattura di tutte e tre le imbarcazioni. L’Inghirami rientra a Livorno. |
| Maggio |
Toscana |
Impero ottomano |
Esce in campagna con 8 galee, 9 bertoni ed un galeone, il “Livorno”. A bordo vi sono 1800 soldati e molti venturieri, al comando del gran connestabile Francesco del Monte a Santa Maria, del conte Alfonso Montecuccoli e di Antonio dei Medici. L’obiettivo è quello di occupare Famagosta (Ammokhostos) nell’isola di Cipro (Kipros). |
| Giugno luglio |
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Giunge a Messina. Si dirige verso Cerigo (Kithira). La flotta arriva in una cala nascosta nei pressi di Famagosta. Le truppe sbarcano di notte. Manca l’effetto sorpresa: sono accesi numerosi falò sulle mura ed entrano in azione le artiglierie. I soldati avanzano sotto la pusterla, abbattono la palizzata che la protegge e cercano di minare la porta. Sono respinti alcuni tentativi dei cavalieri di Santo Stefano di scalare le mura. Alle prime luci dell’alba, il del Monte a Santa Maria ordina la ritirata generale e riconduce i soldati alle galee. La cavalleria turca esce dalla piazza e con ripetute cariche incalza i toscani fino al bagnasciuga. Interviene l’Inghirami con i cannoni di corsia, caricati a mitraglia, e con il suo tiro d’artiglieria obbliga i turchi alla fuga. L’ammiraglio toscano cerca ricovero in un’insenatura vicina, nell’attesa che, come da premessa dell’azione, che si sollevi la popolazione greca. Compaiono solo alcuni contadini male armati; nonostante ciò, il del Monte a Santa Maria vuole ripetere il tentativo e muove con una parte delle truppe verso i borghi di Famagosta che formano la città vecchia. Fallisce anche tale speranza; alcuni avventurieri francesi si sbandano dal campo e cadono in un agguato; 25 sono gli uccisi; molti sono fatti schiavi; i rimanenti raggiungono a nuoto le navi: le perdite complessive ammonteranno a 200 uomini. I toscani si ritirano dalle acque di Cipro, tanto più che a bordo si sono sviluppate delle malattie infettive che uccidono molti combattenti, fra i quali il Montecuccoli. L’Inghirami si dirige verso Mitilene (Mitilini) e da qui prende la strada di Livorno. Il del Monte sarà privato del comando da parte del granduca. |
| Agosto |
Toscana |
Algeri |
Il rovescio spinge il granduca di Toscana a cercare una rivincita. Si tenta un analogo colpo a Bona (Annaba), munita piazzaforte del locale dey nell’Algeria settentrionale, anche per vendicare l’uccisione di alcuni cavalieri dell’ordine, caduti di recente nelle mani degli algerini a causa di un naufragio.Un convoglio di 9 galee (di cui 6 appartenenti all’ordine di Santo Stefano e 3 battenti la bandiera granducale), di 2 galeoni e di 3 bertoni (questi ultimi comandati dal Beauregard e che alzano l’insegna della granduchessa), parte da Livorno a fine mese. A bordo della flotta vi sono 2000 uomini tra cavalieri di Santo Stefano, fanti (1800) e venturieri: le milizie di terra sono comandate da Silvio Piccolomini. Non si punta direttamente sulla costa africana, perché prima si deve dare la caccia al corsaro barbaresco Amurat Rais, segnalato incrociare con 9 galee, nelle acque dell’arcipelago toscano. L’Inghirami si dirige su Portoferraio, sospinto da un vento teso che causa danni anche alle vele. Dopo un’esercitazione a terra all’isola d’Elba, riprende la navigazione tra le isole di Montecristo, Pianosa e la Corsica, avendo l’accortezza di viaggiare di notte. Amurat Rais lascia la Corsica e si indirizza verso il Levante. |
| Settembre |
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Tocca Capo Polla presso Cagliari; fa sosta in tale porto per rinnovare le provviste e sbarcarvi alcuni marinai e soldati infermi. Ripresa la traversata, questa è ostacolata da un forte maestrale. Cala il vento ed a metà mese si è in vista della Barberia. Il pilota della capitana sbaglia il punto di approdo e finisce contro una costa alta e rocciosa. Si perdono così ore preziose alla ricerca di un luogo meno impervio per lo sbarco. Trovatolo, a causa dei bassi fondali, esso risulta inidoneo alla discesa a terra direttamente dalle galee e dai vascelli: si deve ricorrere alle fregate, agli schifi, ai caicchi ed alle feluche, per cui le operazioni possono terminare solo alle prime ore del mattino. Le truppe si mettono in marcia contro Bona a giorno chiaro. Il Beauregard marcia in testa; dietro di lui si pongono capitani francesi, inglesi ed italiani; ogni compagnia è munita di tutte le attrezzature di assedio. La città, sede di corsari, è abitata da 6000 abitanti, di cui 2000 abili alle armi. Il Piccolomini dà l’ordine di assalire senza indugio la fortezza e la città su tre colonne. L’attacco alle mura del forte si conclude in maniera positiva; sono conquistate la cinta esterna e quella interna; la porta della città, come quella del castello, vengono fatte saltare con una mina. Gagliarda è la resistenza dei mori: 1000 si asserragliano in una moschea ed i difensori sono sopraffatti dal fuoco nemico. Dal mare, in contemporanea, le navi dell’Inghirami mettono a tacere 3 cannoni, che da un torrione cominciano a sparare contro di esse. Dopo sei ore non c’è più traccia di difesa e la città viene messa a sacco. L’Inghirami si colloca, poi, con le galee ed i vascelli lungo la strada, che deve essere percorsa dalla cavalleria nemica per venire in aiuto degli abitanti di Bona. Bombarda la colonna dei soccorritori e respinge ogni intervento a favore dei difensori della città. Nello scontro vengono uccisi nel complesso 400/500 nemici, tra mori e turchi, sono conquistate 12 bandiere che adorneranno, poi, la chiesa di Santo Stefano a Firenze e 1500/1700 persone, tra uomini, donne e bambini, sono fatte schiave. Le perdite degli attaccanti risultano, fra soldati e cavalieri, di 42/70 unità, secondo le fonti. Il reimbarco delle truppe, dei prigionieri e del bottino avviene nel corso della notte. L'Inghirami dirige subito la sua squadra alla volta di Cagliari. Sosta in tale porto per due giorni per vendere il maggior numero di schiavi possibile perché a Livorno si sarebbe determinato un loro sovraffollamento. A fine mese il convoglio rientra a Livorno. Gli abitanti della città toscana si recano tutti nel duomo per un Te Deum ed una messa di ringraziamento per la vittoria. Con il bronzo dei pezzi di artiglieria conquistati verrà eretta a Firenze, nella piazza dell’ Annunziata, una statua in onore di Ferdinando dei Medici. Nella chiesa dei Cavalieri a Pisa comparirà, fra gli altri dipinti, un affresco di Jacopo da Empoli che riprodurrà la conquista di Bona. |
| 1608 |
Toscana |
Impero ottomano |
45 galee turche perseguitano nell’arcipelago la squadra dell’ordine dei cavalieri di Santo Stefano, forte di 6 galee e di 11 galeoni. Non avviene alcuno scontro decisivo. Il sultano pensa di trattare con il nuovo granduca di Toscana Cosimo dei Medici e gli offre libero commercio nel dominio della Porta, in cambio dell’annullamento di ogni azione di guerra di corsa ai suoi danni. |
| 1610 |
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| Aprile |
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2 galee dell’Inghirami escono da Civitavecchia dove si sono rifugiate a causa del cattivo tempo. Viene catturato un brigantino turco. |
| ………… |
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Con 2 galee si reca in Spagna per accompagnarvi Pietro dei Medici; al ritorno, riconduce a Genova il nuovo viceré di Napoli. |
| Luglio |
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Naviga con 7 galee; entra a contesa con le galee dell'ordine gerosolomitano per questioni di saluti e di precedenza; fa ritorno a Livorno senza avere acquisito alcuna preda. |
| Agosto |
Toscana |
Corsari barbareschi |
Sempre con 2 galee, la capitana e la “Livornina”, investe e cattura presso Algeri un grosso vascello; sono fatti 70 prigionieri, fra turchi ed ebrei e viene restituita la libertà a 4 cristiani; si impossessa, infine, di 6 cannoni, di 4000 scudi in contanti, di merci per altri 1500 scudi. Si volge, poi, con 7 galee alla volta di Bicchieri o Bischeri (Abu Kabir), piccolo castello situato sulla costa a ottanta miglia ad ovest di Algeri. Nella località vivono 1000 persone, di cui 200 sono abili alle armi. A metà mese giunge all’alba sul litorale; lo sbarco avviene in un punto non sorvegliato; l’attacco conseguente richiama gran parte della guarnigione in tale posizione. Nel contempo, Ambrogio Bindi, che comanda la fanteria da sbarco, ordina un assalto in un’ altra direzione: qui opera un secondo contingente, che appoggia le scale alle mura, le supera senza trovare una forte opposizione e dilaga all’interno della fortezza. Viene vinta la resistenza dei turchi; costoro si rinchiudono in una moschea. I difensori si arrendono a discrezione; nonostante ciò, essi sono fatti massacrare dal Bindi. Sono catturate 479 persone, di cui molti sono donne, bambini e moriscos; sono asportati, inoltre, 14 pezzi di artiglieria, armi e munizioni in grande quantità. Fra i toscani si registrano 8 morti, 300 fra i mori. Durante la fase della ritirata, compaiono in armi molti abitanti del circondario: il fuoco d’artiglieria della galea “San Giovanni” è sufficiente a disperdere gli intervenuti. La squadra riprende il mare con un buon bottino. Nel viaggio di ritorno, l’Inghirami si imbatte in 2 galeotte algerine; le insegue per 120 miglia, ne cattura una di 28 banchi e guadagna altri 120 schiavi che saranno venduti in Sicilia, perché quel viceré ha bisogno di galeotti per le sue navi. I cristiani liberati dalle catene in questa circostanza sono 16. Due i pezzi di artiglieria acquisiti in tale circostanza. |
| Settembre |
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A Livorno. Riprende presto il mare per porsi agli ordini del viceré di Sardegna. Lo accompagna attorno all’isola alla ricerca dei corsari bisertini. Protesta quando, con forze comuni, viene presa una galeotta ed il viceré se la trattiene, riconoscendo ai toscani solo uno schiavo per ogni nave utilizzata nella spedizione. |
| 1611 |
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| Maggio |
Toscana |
Impero ottomano |
Si presenta all’improvviso a Porto Bufalo ed attacca (Disto) Dhistos, piccola fortezza situata nell’isola di Negroponte (Evvoia). Alla difesa di essa si trovano solo 60 uomini con 6 pezzi di artiglieria. L’Inghirami sbarca le truppe, ora comandate da Giulio da Montauto. La resa dei turchi avviene senza contrasti; sono fatti 46 schiavi; l’artiglieria viene inchiodata (vale a dire messa fuori uso) perché la fortezza si trova a cinque miglia dal mare e le strade che conducono al lido sono in pessime condizioni. Due giorni dopo, l’Inghirami insegue e cattura un grosso caramussali carico di frumento, dotato di 8 piccoli cannoni. Tale imbarcazione viene rimorchiata a Livorno. Sempre al ritorno, entra con le galee nelle bocche di Bonifacio e vi preda 2 legni barbareschi, un bertone di Tunisi ed un brigantino di Algeri. Rientra a Livorno. |
| 1612 |
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| Maggio |
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Si muove con 5 galee, su ciascuna delle quali è imbarcata una compagnia di fanti: il comando delle truppe di terra è dato a Pietro Capponi ed a Pietro dei Medici. Il punto di approdo si trova nel golfo di Istankios a nord della Cnidia. Viene preso il villaggio di Chieuren (o Kermen o Chieremen) di fronte all’isola di Coo (Kos), in Anatolia; la fortezza cede senza colpo ferire. Di seguito, sono depredati i dintorni; il reimbarco avviene con un grande bottino e 130 schiavi. Si trasferisce, successivamente, nelle acque del braccio di Maina e tre giorni dopo si impossessa di 2 caramussali e di 2 saiche carichi di frumento. |
| 1613 |
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| Marzo |
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Salpa da Livorno a fine mese, imbarca a Civitavecchia il figlio primogenito del duca di Epernon con 50 gentiluomini francesi che seguono quest’ultimo come venturieri. L’Inghirami si deve trattenere nel porto di Messina per riparare alcune avarie subite dalle sue 2 galee “Santa Maria Maddalena” e “San Giovanni”. Parte, alfine, e si imbatte presso Rodi in 4 galee di corsari privati che appartengono all’ordine gerosolomitano. Con costoro tenta di mettere a sacco una piccola località nell’ Asia Minore di fronte a Samo (Samos). Trovatala ben munita di difensori, i corsari toscani si allontanano separandosi dai cavalieri di Malta. |
| Maggio |
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Costeggia l’Anatolia ; a metà mese è nel golfo di Antalya. Assale in Caramania la fortezza di Eliman (Acliman, l’antica Seleucia di Pisidia), perché è venuto a sapere dai marinai di un legno mercantile predato che nella località si trova un’ingente quantità d’oro, circa 200000 scudi, che sono stati trasportati da poco da Cipro quale tributo dell’isola al governo ottomano. Inoltre, sempre ad Acliman, due anni prima, sono stati trucidati dai turchi 40 marinai toscani della nave “Prospera”, arenatasi per un errore del comandante su quella spiaggia: le loro teste sono ancora appese alle porte cittadine. Alla difesa della città vi sono 400 uomini. Sbarcano nottetempo le truppe di terra agli ordini del Montauto. Le sentinelle si accorgono del loro avvicinarsi. Sono appoggiate le scale alle mura; è fatta saltare la porta; vi è un’irruzione all’interno; 150 turchi riparano in un fortilizio ed attendono i soccorsi. La cavalleria nemica è posta in fuga. Viene ora attaccato il castello; l’Inghirami lo batte con forza dal mare. Con la resa dei difensori, vengono eonquistate 2 galee della guardia di Cipro, trovate nel porto, e 8 navi mercantili. Si fanno 313 schiavi (800 per altre fonti) e si liberano 237 (300) cristiani; si imbarcano costoro sulle 2 galee per essere inviati a Livorno con 16 pezzi di artiglieria e 4 bandiere. Fra morti e feriti, le perdite dei toscani assommano a 60 uomini. |
| 1614 |
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| Marzo |
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Esce con 6 galee da Livorno, mentre il Beauregard salpa con i galeoni. 4 galee, che sono agli ordini di Paolo Orsini scortano, nel contempo, a Sidone (Sayda) l’emiro druso Fakr-ed-Din, già ribellatosi in Siria ai turchi; con le rimanenti 2 l’Inghirami si incontra con la flotta spagnola di Emanuele Filiberto di Savoia e si porta a Malta. |
| Luglio |
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Passa alla difesa di Malta, oggetto di attacco da parte degli ottomani. Si colloca nei pressi dell’ isola e si impossessa, dopo un breve scontro, di 5 navi musulmane, cariche di munizioni destinate alle forze d’assedio, e di un natante che trasporta artiglierie: tale bastimento viene preso a rimorchio. Cattura, successivamente, una maona carica di artiglierie, dei quali 5 pezzi sono di grosso calibro, che sono destinate all’assedio. |
| 1615 |
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| ………… |
Toscana |
Corsari barbareschi |
Trasporta da Livorno a Vado Ligure le milizie che il granduca Cosimo dei Medici è costretto ad inviare in Lombardia in soccorso degli spagnoli. Subito dopo si prepara a viaggiare per Sicilia. Va a Malta e si collega con i cavalieri dell’ordine gerosolomitano. |
| Luglio |
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Rientra a Livorno con 2 galeotte conquistate ad Hassan Mariolo e circa 120 schiavi; 200 cristiani sono liberati dalle catene. A fine mese, parte per Messina; a bordo della “Santo Stefano” viene ospitato Fakr-el-Din. Sbarcato l’ospite e scaricati i panni caricati per conto di alcuni mercanti fiorentini, si presenta al comandante della flotta cristiana, il duca Carlo Emanuele di Savoia per combattere i turchi. La sua offerta viene rifiutata; rientra a Livorno con le galee stivate di balle di seta per un valore di 50000 scudi. |
| 1616 |
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| Aprile maggio |
Toscana |
Impero ottomano |
Salpa con 6 galee; nel canale di Negroponte, sotto Castelrosso (Megisti) si scontra con la squadra della guardia di Rodi, 6 galee, che, comandata da Amurat Rais, si sta dirigendo da Costantinopoli ad Algeri con a bordo il nuovo dey. Lo scontro è violentissimo ed agli inizi sembra favorevole agli ottomani. La padrona dell’ordine di Santo Stefano, comandata da Giulio da Montauto, viene obbligata a fermarsi a causa di una grave falla allo scafo prodotta dal preciso tiro di artiglieria del nemico. Dopo un’ora di lotta, che comporta gravi perdite per entrambi i contendenti, il Montauto riesce a riprendere la navigazione ed investe con il suo rostro la padrona avversaria, condotta da Mustafa Rais, figlio di Mami Rais, un rinnegato portoghese. E’ pure conquistata la capitana, mentre le altre 4 galee si danno alla fuga. Sono nel complesso uccisi 150 turchi, compresi Amurat Rais ed il nuovo dey di Algeri. Il bottino, senza contare il valore delle navi, è stimato in 200000 scudi; sono fatti 216 schiavi e vengono liberati dal remo 418 cristiani. Fra i toscani si contano 30/36 morti e 314 feriti. |
| Giugno |
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Gli è concesso il titolo di marchese di Montegiovi. |
| 1617 |
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| Maggio |
Toscana |
Impero ottomano |
Monta sulla galea conquistata l’anno prima, battezzata “San Carlo”; comanda 7 galee ed una galeotta. Insegue e cattura davanti a Capo Taburra una grossa nave proveniente da Alessandria, armata con 12 cannoni e carica di mercanzie varie per 25000 scudi. |
| Ottobre |
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In Levante, dove compie varie razzie. A metà mese nei pressi di Corone (Koroni) si impossessa di un caramussali turco che, salpato da un porto del mar Nero, trasporta a Tunisi alberi, antenne, remi e legname vario per fabbricare vascelli da corsa. Scarica in Sicilia le merci. Vorrebbe mettersi alla caccia dei corsari barbareschi ma ne è impedito dal locale viceré. Sulla rotta del ritorno, si rompe il canapo di rimorchio del caramussali a causa di un fortunale, e tale vascello va alla deriva verso la Corsica. Torna pieno di stizza a Livorno ed a Firenze. |
| Novembre |
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Ordina ad Alfonso Sozzifanti di salpare con 4 galee da Livorno per recuperare il caramussali perduto. La ricerca si rivelerà vana. |
| 1618 |
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Dopo trentasei anni di servizio ottiene di essere sostituito nel suo incarico. Viene nominato governatore di Livorno e si stabilisce in tale città. |
| 1621 |
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| Aprile |
Toscana |
Impero ottomano |
Con l’elezione a gran maestro del nuovo arciduca Ferdinando dei Medici è richiamato alla testa della flotta dell’ordine stefaniano. Scorre in Levante con 6 galee per sorprendere il castello di Aracali: l’impresa non ha successo. Si sposta ad Avuan, nel golfo di Antalya; sbarca di notte, si impadronisce di sorpresa della piazzaforte e dei “Sette Cavi”: sono distrutte le opere militari ed è catturato un ingente bottino di guerra. Una forte pioggia provoca l’ingrossamento del vicino fiume Xanto, per cui è obbligato a ritornare al mare. Prende il largo ed avvista 2 vascelli turchi. Li tallona; i turchi spiegano prima la bandiera di Genova e poi si danno alla fuga. Si pone al loro inseguimento; gli avversari scaricano le loro artiglierie sulle sue navi. L’Inghirami si allontana dal loro tiro utile e li perseguita con il cannone di corsia. Alfine, i vascelli si arrendono; sono presi 50 cannoni, di cui 6 grossi, mercanzie e denaro. Nella stessa campagna pervengono in suo potere altri 40 schiavi ed alcune piccole navi. Ritenta dopo pochi giorni lo sbarco sotto Avuan, mette a sacco il centro facendo 42 schiavi. Sulla strada del ritorno, i suoi soldati vengono assaliti dagli avversari: l’Inghirami interviene dal mare con i suoi cannoni e li mette in fuga. |
| Settembre |
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Si unisce con la flotta spagnola a Messina (48 galee). Compie una nuova scorreria nell’ arcipelago. La sua parte di bottino consta in molti schiavi, in denaro ed in 15 pezzi di artiglieria. |
| 1622 |
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A Messina, per collegarsi una volta di più con la flotta spagnola comandata dal principe Emanuele Filiberto di Savoia. Sulle coste calabresi, a Capo Colonna sono scorte 2 galee del bey di Negroponte Costain Collopodio. L’Inghirami ha il permesso di fare uscire dal porto, per porre al loro inseguimento, 2 galee dell’ordine stefaniano, comandate da Giovan Paolo del Monte. Costui riesce ad abbordare e conquistare la capitana del bey (80 prigionieri), mentre l’altra riesce a sfuggire alla cattura. Sono liberati dal remo 223 cristiani. |
| 1623 |
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| Aprile |
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Cade ammalato ed è sostituito nel comando da Giovan Paolo del Monte. |
| 1624 |
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Muore a Volterra ai primi del mese. E’ sepolto in tale città nella cappella di San Paolo da lui fatta costruire dopo la conquista di Bona. Con il bronzo dei cannoni da lui conquistati ai nemici il granduca Ferdinando dei Medici fa eseguire dal Tacca la statua ed i quattro schiavi presenti nella darsena di Livorno. |
CITAZIONI
-“Uno dei nomi più illustri della storia stefaniana.” Bono
-“Come più lungamente di tutti gli altri antepassati hebbe il governo del mare, così hebbe l’opportunità d’illustrare più d’ogn’altro la religione co’ fatti egregi… Stimato a ragione uno de’ maggiori comandanti in mare del suo secolo.” Fontana
-“I servizi resi da lui lo fecero ben presto benemerito e gli accrebbero fama e riputazione, non in Toscana soltanto, ma presso tutte le potenze marinaresche. Sotto di lui la marina da guerra venne rapidamente accrescendosi, poiché, oltre alle quattro galee dell’Ordine ed alle due bastardelle del granduca..cominciarono ad usarsi le navi a vela, e specialmente i cosi detti bertoni, o vascelli tondi a tre alberi con vele quadre, assai adatti al corso e già usati con molti vantaggi dalle potenze occidentali.” Manfroni
-“Il quale dopo avere esercitato la sua gioventù nelle guerre civili di Francia in servizio della Lega, trasferendo nel mare quel valore di cui avea dato tante prove in terra si era reso il terrore dei turchi.” Galluzzi
-“Prode uomo di guerra.” Crollalanza
-“Questi nato alla guerra corredò tosto l’animo proprio di quelle doti, che più atte sono a formare un bravo soldato.” Serie di ritratti d’uomini illustri toscani
-“Con le galee del gran duca di Toscana, delle quali è ammiraglio, in pochissimo tempo ha fatto diverse sorprese di molti luooghi; in particolare della Prevesa, di Castel Rugio, di Bona, di Gigeri et d’altri luochi, oltre che, andando in corso, ha preso con le medesime galee un gran numero di vascelli turcheschi.” Pantera
-“Uno dei più famosi ammiragli dell’Ordine dalla rossa croce…nella flotta stefaniana si venne gradatamente affinando l’organizzazione navale e l’abilità manovriera contro il nemico in mare e la capacità operativa tattica contro località fortificate e contro nidi di pirati a terra. Inoltre, perché le azioni non andassero a vuoto per lo spionaggio degli Ebrei o d’altri, l’Inghirami preparava i piani di guerra nel massimo segreto, dopo essersi procurata, attraverso il concorso di capitani di legni mercantili, la pianta tipografica delle varie località marittime turche o barbaresche da espugnare. Ebbe così inizio una lunga serie di spedizioni offensive che resero ancora più temibile ai secolari nemici la flotta stefaniana e famoso il nome dell’ammiraglio Inghirami.” Panetta
-“Sotto di lui si ebbe anzitutto un progresso tecnico, poiché si registrò un maggior impiego di navi esclusivamente a vela ed in special modo dei bertoni.” Ciano
-“ Ammiraglio delle galee toscane, rese sotto la di lui condotta tanto temute ai turchi ed altre potenze barbaresche, che infestavano i mari Jonio e Mediterraneo.” Amidei
-"Sotto la sua guida..l'ordine stefaniano raggiunse il suo punto più alto in termini di efficienza militare." Lenci