Pirati, Corsari e loro Cacciatori nel Mediterraneo (XIII secolo - XVII secolo) - DIZIONARIO BIOGRAFICO

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PIRATI, CORSARI E LORO CACCIATORI NEL MEDITERRANEO (XIII° SECOLO – XVII° SECOLO)

PREMESSA
ressoché da sempre il Mediterraneo è stato centro di attività marinaresche e con esse, sin dall’inizio, si è sviluppato un intenso traffico piratesco, spesso legato al commercio degli schiavi. E’ ovviamente la stessa disposizione geografica del Mediterraneo a favorire in modo determinante l’uso della navigazione e della pirateria, industria antica quanto la vela, la cui vicenda nacque “con ogni probabilità, nel momento in cui l’uomo cominciò a navigare, o, comunque, nel momento in cui l’uomo fu in grado di compiere viaggi di una certa lunghezza.” (Biagioni). I primi segnali si hanno dal secondo millennio a.C. con la presenza di navi dell’Asia Minore e della Fenicia. Gli achei dell'liade (tarda età del bronzo) sono i più importanti pirati dell'epoca. Il loro accampamento sotto Troia ha diverse funzioni, una delle quali quella di base navale per scorrerie lungo la linea costiera nemica: saccheggio sistematico di città, razzie di bestiame, uccisione di uomini atti alle armi, rapimento di altri, specie di donne, sono il corollario di questa attività volta in particolare sia all'ottenimento di riscatti, sia alla loro vendita come schiavi sulle isole di Lemno, Imbro e Samo. In tale epoca anche i lici dell'Anatolia sud-occidentale sono un altro gruppo noto per le loro gesta piratiche. Più tardi, nei secoli VIII° e VII°
e a.C., le imbarcazioni greche praticano sempre regolarmente la pirateria. D'altra parte le rotte delle imbarcazioni sono in un certo qual modo obbligate, perché a vela quadrata, con scarsa chiglia e timoni laterali possono navigare solamente con venti spiranti dai quadrati di poppa. I remi consentono una libertà maggiore di movimento, ma non quella di navigare contro vento e contro corrente su distanze sensibili. Come conseguenza, la pirateria e la guerra di corsa si sviluppano originariamente lungo passaggi obbligati. A Levante, le piccole isole del mare Egeo e dell'Asia Minore, le coste della Turchia e della Croazia; a Ponente, le isole Baleari, le isole siciliane, quelle dell'arcipelago toscano, le coste della Sardegna, della Corsica e quelle maghrebine: risultano essere questi nel tempo gli appostamenti ideali per i legni pirati e corsari. Gli assalitori seguono sempre la stessa tecnica: restano nascosti con i loro veloci mezzi dietro un promontorio o dietro uno scoglio. Quando transita una nave si slanciano in avanti a tagliarle la strada prima e, successivamente, cercare di prenderla all'arrembaggio.

La corsa e la pirateria sono state considerate per secoli come attività da estirpare solo se dirette contro il proprio commercio e le proprie coste; di per sé i termini non hanno un’accezione negativa per l’uso, comunemente invalso da parte di tutti i governi, di servirsene sia per la difesa, sia per azioni di guerra. E’ solo in epoca assai recente, ben dopo la nascita dello stato-nazione moderno, che il vocabolo assume il significato odierno, allorché il fenomeno viene identificato come una minaccia tout court per gli scambi commerciali. In precedenza, com’è ovvio, non esisteva neppure una chiara linea di demarcazione tra corsa/pirateria e commercio; del resto, lo stesso trasporto di merci via mare è senz’altro un’impresa di vita o di morte, un’avventura densa di emozioni, motivata dal guadagno economico tanto quanto da più generica irrequietezza sociale e personale. Nei fatti la corsa mediterranea presenta caratteristiche che la rendono assai simile alla pirateria, "un'attività di rapina (scrive Rossella Cancila) normalizzata" in cui interessi pubblici e privati coesistono nella logica del profitto. Gli ammiragli del regno di Sicilia, ad esempio, vantano una lunga tradizione corsara che ha permesso loro di ottenere ampi guadagni in breve tempo.

o stato della documentazione non permette di abbozzare un buon quadro d’insieme per ricostruire quanto avvenne nei mari del Mediterraneo nei lunghi feroci anni che vanno dal XIII° al XVII° secolo. Bisogna, infatti, accontentarsi di squarci informativi parziali. La presente ricerca non pretende, pertanto, di essere esaustiva sull’argomento; per quanto possibile si è cercato di imperniare il racconto, anziché sulle forze in campo o sulla geopolitica, sui singoli individui che sui vari fronti hano avuto un ruolo nella storia della guerra di corsa.

on è stato facile costruire simili biografie, perché si è dovuto camminare sulle sabbie mobili di fatti lontani che hanno lasciato ben poche tracce. Si tratta, in verità, di episodi che già la memorialistica del tempo ha in gran parte tralasciato, e questo per tutta una serie di motivazioni: si tratta, innanzitutto, di avvenimenti costituzionalmente minori, spesso accaduti in terre lontane e poco conosciute, quando non addirittura in mare aperto; infine, essendo la corsa esercitata per lo più da aristocratici e ricchi borghesi, si è preferito, per una sorta di autocensura, sorvolare sui suoi aspetti più censurabili.
“E’ giustificato definire la guerra di corsa, scrive Alberto Tenenti, il vasto insieme di operazioni navali, di attacchi e di incursioni che movimentano le acque e le coste mediterranee facendo del periodo successivo alla battaglia di Lepanto quello in cui la sicurezza della navigazione raggiunge la sua fase più acuta”. In realtà la pirateria e la guerra di corsa sono cresciute nel Mediterraneo nei secoli XV°, XVI° e XVII° quando le inimicizie fra aragonesi ed angioini prima, e tra francesi e spagnoli poi, si sono vieppiù accese a causa della frammentazione (e della conseguente debolezza) degli stati italiani (con l’eccezione parziale di Venezia e della sua influenza sull’Adriatico), facendo dei mari antistanti la penisola un ambito territorio di scorrerie. Quella del secolo XV°, tuttavia, è ancora una pirateria minore, esercitata su scala minima, da piccole imbarcazioni che si rivolgono contro chiunque. Sovente alla guerra di rapina si risponde in maniera analoga. Per difendersi dalle razzie, talora gli stessi mercanti diventano essi stessi pirati e sono non meno agguerriti dei primi. E’ solo nel secolo XVI° che i pirati si trasformano sempre più in corsari, tanto da inserire la loro azione in un disegno più organico, guidato dai governi. Il contesto storico ora sottende turchi e barbareschi da una parte e cristiani dall’altra; corsari da una parte e dall’altra; coalizioni che vanno e che vengono, nazioni cristiane in concorrenza tra loro, come la Francia e l’Inghilterra, che appoggiano turchi e corsari piuttosto che darla vinta alla Spagna.

l fenomeno, nonostante la sua importanza e le sue implicazioni in termini economici, non viene considerato in modo congruo nei documenti ufficiali riportati dalle cancellerie. Esso è considerato nel migliore dei casi una disgrazia endemica, da cui ci si difende con cospicue assicurazioni; nel peggiore, come uno strumento di pressione economica, teso a strangolare il commercio delle nazioni nemiche senza dover patire i costi elevatissimi dell’allestimento di una squadra navale permanente. I governi, dunque, sono disposti ad ampie concessioni, quando non laute ricompense, per quegli scorridori impegnati a favorire gli interessi commerciali nazionali. Va da sé che, una volta cessati i conflitti e le competizioni mercantili, non per questo cessano le razzie sul mare: è soltanto che il corsaro torna ad essere ciò che originariamente era, cioè un semplice pirata. Gli stessi stati nazionali come la Francia, l’Inghilterra o i Paesi Bassi, ancora nella seconda metà del 1600, trattano la guerra di corsa, in particolare quella con gli stati barbareschi, non come un problema da estirpare, ma come una circostanza da tenere sotto controllo con trattati diplomatici di reciprocità. Nel corso del 1700 saranno stipulati accordi per porre fine alla pratica della guerra di corsa; nella realtà, in coincidenza di nuove guerre essa riprenderà vigore. E’ solo con l’indipendenza della Grecia nel 1830, e la contemporanea occupazione francese dell’Algeria, che si avrà il tramonto della corsa; nel 1856, infine, con il congresso di Parigi le grandi potenze ne decreteranno ufficialmente la soppressione.

ondizionati dalla visione dei film su bucanieri e filibustieri, si è abituati a pensare ad assalti a navi che trasportano oro o metalli preziosi. Non mancano nel Mediterraneo anche questo tipo di azioni, come quelle programmate sulle coste dell’Asia Minore dai corsari dell’ordine ospitaliero o da quello di Santo Stefano ai danni dei galeoni e dei caramussali che trasportano a Costantinopoli il tributo annuo dei sudditi. In concreto il bottino è quasi sempre rappresentato da carichi di spezie, vino, formaggi, seta, legname, minerali o derrate agricole. Numerosissimi sono i pirati ed i corsari che, come ai tempi di Pompeo, sequestrano sistematicamente le navi che trasportano il frumento dai paesi produttori ai mercati di consumo. E’ questa pratica assai diffusa, tanto che anche le galee di stati colpiti dalle carestie operano nello stesso modo, costringendo le imbarcazioni onerarie a lunghe e perigliose peripezie per arrivare sane e salve in porto. La corsa, come abbiamo accennato, non è fenomeno solo cristiano o solo musulmano. Nel Mediterraneo è norma generale, e tocca Algeri e Tunisi, come Malta e Livorno. E’ vero, pittosto, che con l’avvento dei barbareschi, ciò che rende del tutto peculiare la posizione di città-stato come Tripoli, Tunisi, Salè ed Algeri nei confronti della corsa marittima “non era…il ricorrervi, quanto il fatto che quegli stati avessero trasformato una simile attività nel principale motore della loro stessa vita economica.” (Lenci). Molte città di mare, inoltre, diventano dei grandi centri corsari e, contemporaneamente, dei grandi centri commerciali, perché per rivendere le prede, per permettere il riscatto degli schiavi, per armare le navi, bisogna creare le necessarie infrastutture e le giuste condizioni economiche. I centri corsari del Mediterraneo sono da parte cristiana La Valletta, Livorno, Pisa, Napoli, Messina, Palermo, Trapani, Palma di Maiorca, Almeria, Valencia, Segna, Fiume; da parte musulmana, Valona, Durazzo, Tripoli, Tunisi, Biserta, Algeri, Tetuan, Larache e Salé.


mpostata sui personaggi, si sono considerati nella ricerca 994 profili, dei quali taluni sono costituiti solamente da frammenti biografici relativi al tema. 431 sono gli italiani, 232 i turchi ed i barbareschi (compresi 65 rinnegati); il resto è composto da francesi, spagnoli, inglesi, olandesi, greci e dalmati. Del totale extra musulmano, il 25% è rappresentato da corsari appartenenti agli ordini religiosi dei cavalieri gerosolomitani, di Rodi prima e di Malta poi ( sono167), mentre altri 26 sono coloro che hanno indossato le vesti dell’ordine cavalleresco istituito dal granducato di Toscana, vale a dire quello di Santo Stefano. Di entrambi, in effetti, il fine istituzionale è stato quello di condurre la guerra di corsa ai danni dell’impero ottomano e dei suoi alleati.
Nel descrivere le imprese dei pirati, dei corsari e dei loro cacciatori, si è cercato di rimanere il più possibile neutrali lasciando parlare da sole le azioni dei singoli.
Le fonti sono essenzialmente italiane, per cui il trattamento finale del presente dizionario è senz’altro numericamente sbilanciato. Quello che, tuttavia, emerge dal punto di vista qualitativo, è, in particolare, l’ambiguità del ruolo del corsaro e del suo cacciatore che spesso si presentano in una veste intercambiabile.
Ci si è preoccupati di controllare i dati anagrafici dei personaggi citati, in gran parte sconosciuti al di là di una singola area geografica. Ogni biografia è completata da valutazioni sull’operato e/o sulla figura del personaggio di volta in volta preso in considerazione dagli autori presenti nella bibliografia consultata. Si sono, infine, verificati, nei limiti del possibile, i nomi di tutte le località, le date e le circostanze degli episodi marinareschi riportati. Nonostante queste cautele, è possibile avere commesso più di un errore.

Ci sia permessa un'ultima digressione. Il presente dizionario anagrafico sugli avventurieri del mare è stato concepito come un "work in progress", aperto sempre a nuovi contenuti, correzioni, suggerimenti ed integrazioni. Esso segue, peraltro, quello dedicato agli avventurieri di terra, già descritto nel precedente lavoro che ha riguardato i condottieri di ventura che hanno operato in Italia nel Medio Evo e nel Rinascimento. La nuova ricerca, come si è anticipato, ha per protagonisti pirati, corsari e loro cacciatori che hanno agito per secoli, in maniera più o meno preponderante nella loro attività navale, nel Mediterraneo: al proposito conoscitivo o di recupero di certi fatti ormai dimenticati, dato anche il mezzo di divulgazione utilizzato, si è aggiunto quello di raccontare con un taglio narrativo-cronologico che trova sfogo, talora, anche nell'aneddoto: non solo perché questa ci è sembrata la forma più congeniale all'argomento trattato, ma anche nella speranza di trovare in tal modo sempre nuovi lettori, anche di coloro che non conoscono la lingua italiana. E' affidato, infine, al file "Bibliografia (al momento) consultata", nonché alle varie citazioni riportate a pié di pagina in numerose schede, il compito di testimoniare il debito contratto con il mondo dell'erudizione e della ricerca.

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